Tutto può andarsene. Lo spazio resta.

Si guardi intorno nella stanza. Tutto ciò che vede si trova da qualche parte: laggiù, dietro quello, un po’ a sinistra. Ora provi un piccolo esperimento. Svuoti la stanza. Svuoti l’edificio, la città, il cielo. Tolga ogni oggetto dell’universo.

Riesce a far sparire anche lo spazio?

Quasi tutti scoprono di non riuscirci. Si può immaginare lo spazio senza nulla dentro. Non si può immaginare che non ce ne sia affatto. Kant lo dice in una riga: “Non possiamo mai rappresentarci che non vi sia spazio, sebbene possiamo benissimo pensare che in esso non si trovi alcun oggetto.”

L’ultima volta avevamo lasciato Kant a metà di una promessa. Aveva scomposto l’esperienza nelle sue parti e aveva detto che c’erano due forme pure a reggere tutto l’edificio. Ecco la prima. Nel 1781 c’erano due risposte rispettabili alla domanda che cos’è lo spazio? Un campo diceva che era una cosa reale, un immenso contenitore che resterebbe lì anche se si spegnessero tutte le stelle. L’altro, sulla scia di Leibniz, diceva che non era nulla al di là delle relazioni tra le cose: questo a sinistra di quello, quello più lontano di questo. Kant pensava che entrambi sbagliassero, e che il piccolo fallimento dell’immaginazione che Lei ha appena sperimentato fosse il punto da cui partire. Non lo tratta come una stranezza della Sua mente. Lo tratta come una prova di che cosa sia davvero lo spazio.

Ecco la conclusione che ne trae, enunciata senza mezzi termini prima di essercela guadagnata: lo spazio non è qualcosa che si trova nel mondo. È qualcosa che Lei porta nel mondo. Il resto di questo articolo è l’argomentazione.

Vignetta a fumetti: Kant, in piedi in una stanza in penombra con un’alta finestra, dice: «Non possiamo mai rappresentarci che non vi sia spazio.» Il tavolo, le sedie e i libri accanto a lui si disfano in una polvere che esce dalla finestra, mentre gli assi x-y-z rosso, verde e blu restano fissi sul pavimento. Didascalia: «Tutto può sparire.»
Lo spazio non è una parola. È un luogo.

Ecco la mossa che fa il lavoro, ed è più facile di quanto sembri.

Pensi alla parola sedia. Esistono milioni di sedie, e la parola le copre tutte. Ognuna è un’istanza che cade sotto la parola. È questo che fa un’idea generale: sta al di sopra dei suoi esempi e li raccoglie.

Ora pensi allo spazio. Quando parla dello “spazio in questa stanza” e dello “spazio nella stanza accanto,” non sta nominando due istanze di una cosa generale. Sta indicando due regioni all’interno di un unico spazio — ritagliate da esso, come due figure tagliate dallo stesso foglio. Ce n’è sempre e solo uno.

Esempio: la parola e il foglio

Una parola è un contenitore di esempi: le sedie cadono sotto “sedia,” e se ne può sempre aggiungere un’altra.

Un foglio di carta è un contenitore di parti: ogni figura che si ritaglia è presa dall’unico foglio, e il foglio è venuto prima.

La tesi di Kant è che lo spazio si comporta come il foglio, non come la parola. E nulla che si comporti come il foglio può essere un’idea generale appresa osservando le cose. Deve essere qualcosa che portiamo noi.

Kant aveva una prova più incisiva, e Lei può provarla con ciò che indossa. Prenda un paio di guanti. Misuri il sinistro: ogni lunghezza, ogni angolo, ogni curva. Ora misuri il destro. I numeri risultano uguali, e si potrebbe scrivere una descrizione dell’uno che si adatti all’altro parola per parola. Eppure il guanto sinistro non entra nella mano destra. Kant usò proprio questo esempio due anni dopo la Critica, nei Prolegomeni, e ne trasse la lezione che nessun concetto, per quanto dettagliato, può cogliere la differenza. Essa emerge solo quando si collocano i due guanti nello spazio, come parti di un unico tutto: sinistra e destra hanno senso soltanto al suo interno.

La stessa lezione vale per due scatole identiche. Kant osserva che l’idea di un piede cubo è “sempre del tutto identica” per quante volte la si pensi, eppure due piedi cubi sono due, “per la semplice differenza dei loro luoghi”. La differenza non sta nell’idea. Sta nello spazio.

Questo è tutto il §2, in quattro argomenti. Due mostrano che lo spazio viene prima dell’esperienza anziché derivarne: non si può nemmeno vedere qualcosa come “laggiù” se non si ha già un laggiù. Due mostrano che è un unico tutto dato anziché un’idea generale. Messi insieme: lo spazio non è un concetto che Lei ha acquisito. È la condizione permanente sotto la quale qualcosa può presentarsi come trovantesi in un luogo qualsiasi.

Vignetta a fumetti: a lume di candela Kant si china su un foglio su cui giacciono affiancati un guanto sinistro e un guanto destro, e ne indica uno: «Stessa grandezza, stessa forma… eppure non si scambiano.» Didascalia: «Lo spazio non è una parola. È un luogo.»
Perché una dimostrazione matematica risolve una questione sulla Sua mente

Nel 1787, sei anni dopo la prima edizione, Kant diede a questo capitolo una nuova sezione. Fu chiaro sul fatto di non aver cambiato idea: nella nuova prefazione dice di non aver trovato “nulla da cambiare” nelle proposizioni o nelle loro dimostrazioni, ma solo nel “modo di esporle”. Il punto sulla geometria era stato compresso in poche righe nella prima edizione. Ora ebbe una sezione tutta sua, e l’argomento parte da qualcosa che nessuno contesta.

La geometria funziona. Non di solito, non finora. L’esempio di Kant stesso, tratto dall’Introduzione, è che la linea retta è il percorso più breve tra due punti. Non c’è angolo dell’universo in cui possa attenderci un controesempio. Lei non ha verificato. Non avrebbe potuto verificare. Eppure lo sa.

Kant pone la domanda ovvia che quasi nessuno pone: come?

Non può venire dall’esperienza. L’esperienza può dire soltanto ciò che la prima edizione diceva che avrebbe detto: “per quanto si è osservato finora, non si è trovato alcuno spazio che abbia più di tre dimensioni.” È un resoconto, non una legge, e la geometria non è un resoconto. E non può nemmeno venire dallo scomporre la definizione di linea retta, perché, come dice Kant, “il mio concetto di retto non contiene nulla di quantitativo”. Lì dentro non c’è nulla del più breve. Un filosofo può fissare il concetto di triangolo per sempre senza ricavarne nulla di nuovo. Un geometra, dice Kant, “comincia subito col costruire un triangolo”. Bisogna disegnarlo, anche solo nella propria testa.

Dunque c’è qualcosa a cui Lei ha accesso, prima di guardare qualsiasi cosa, che è abbastanza strutturato da permettere di dimostrarne teoremi. La risposta di Kant è che Lei non sta consultando il mondo. Sta consultando la forma che ha il Suo senso esterno — e la ha prima che vi arrivi qualsiasi oggetto.

“Questa intuizione deve trovarsi in noi prima di ogni percezione di un oggetto, e deve quindi essere intuizione pura, non empirica.”

$$ \text{La geometria} \quad \text{è lo studio de} \quad \underbrace{\quad \text{la forma del Suo senso esterno} \quad}_{\substack{\text{già presente, e già plasmata,} \\ \text{prima che vi arrivi qualsiasi oggetto} }} $$

Ed è per questo che il disegno nella Sua testa vincola il mondo che sta fuori di essa. Ogni oggetto che incontrerà dovrà presentarsi in quello stesso spazio, quindi ciò che vale del triangolo che ha costruito vale di ogni triangolo che troverà. Kant era abbastanza sicuro da definire la sua conclusione — che lo spazio è una forma della nostra stessa intuizione — “non soltanto possibile o probabile, ma indubitabilmente certa”. È una conclusione strana e piuttosto bella: l’affidabilità della geometria è una prova che riguarda Lei.

Vignetta a fumetti: Kant, con un compasso d’ottone in mano, traccia un triangolo di luce su una lavagna scura e dice: «La linea retta è la più breve. Senza verificare.» Didascalia: Il geometra «comincia subito col costruire un triangolo».
Non un contenitore. Non una rete.

Ora torni alle due risposte che Kant aveva ereditato. Lo spazio è un contenitore gigantesco. Oppure lo spazio è una rete di relazioni tra le cose. Sembrano opposte, e Kant le liquida entrambe con una sola frase: nessuna caratteristica di una cosa, “né assoluta né relativa”, può essere conosciuta prima che la cosa stessa ci sia.

Pensi a che cosa esclude. Se lo spazio fosse una proprietà del mondo, o lo schema delle relazioni tra le cose che vi si trovano, Lei dovrebbe prima incontrare il mondo e poi scoprire lo spazio, nel modo in cui si scopre che una pietra è pesante. Ma abbiamo appena visto che Lei ha lo spazio prima di incontrare qualsiasi cosa. Senza di esso non potrebbe nemmeno vedere la pietra come laggiù. E qualcosa che si ha prima di incontrare il mondo non può essere un resoconto sul mondo.

Kant dice anche quanto costa ciascuna rivale. La concezione del contenitore La costringe a credere in “due non-enti eterni e infiniti, sussistenti per sé”, lo spazio e il tempo: enormi qualcosa che contengono tutto ciò che è reale e non sono essi stessi nulla di reale. La concezione relazionale fa della geometria un riassunto di ciò che è stato osservato finora, e quindi deve rinunciare alla certezza della geometria, che è proprio la cosa dello spazio di cui siamo più sicuri. La sua concezione conserva la certezza e non ha bisogno di nessuno dei due qualcosa inventati.

Vignetta a fumetti: Kant sta tra una scatola di vetro vuota a sinistra e, a destra, una rete di fili sottili che collega mele, libri e tazze, e alza una mano verso ciascuna. Didascalie: «Non un contenitore.» «Non una rete.»
“Quindi sta dicendo che è tutto nella mia testa”

È il punto in cui ogni lettore dal 1781 in poi ha opposto resistenza, e Kant lo sapeva. Se lo spazio è qualcosa che portiamo anziché qualcosa che troviamo, il mondo che vediamo non è forse soltanto una proiezione? Un’allucinazione con un buon frame rate?

No — e la ragione conta più della conclusione.

Kant ebbe cura di mettere due tesi una accanto all’altra, e lasciarne cadere una qualsiasi significa fraintenderlo. Lo spazio è empiricamente reale: vale, senza eccezione, per ogni oggetto che possa mai essere dato ai Suoi sensi. Nulla di ciò che incontrerà gli sfugge. E lo spazio è trascendentalmente ideale: si chieda che cosa ne resti una volta sottratta la condizione di ogni esperienza possibile, e la risposta è: assolutamente nulla. È, dice, “soltanto dal punto di vista umano che possiamo parlare di spazio” — ed è abbastanza onesto da aggiungere che non può sapere se altri tipi di menti siano vincolati alla stessa forma.

Poi rovescia la preoccupazione. “Sarebbe colpa mia,” scrive, “se di ciò che dovrei considerare come fenomeno facessi una semplice parvenza.” La concezione che scivola nell’illusione è l’altra. Se lo spazio è una cosa reale che continuerebbe a esistere anche togliendone tutto, allora le cose che vi si trovano cominciano a sembrare ombre di qualcosa di più strano, e Kant dice che, di fronte a ciò, “non possiamo biasimare il buon Berkeley se ha degradato i corpi a semplice parvenza.” Tratti lo spazio come una forma che Lei porta e il problema scompare. La sedia è davvero lì, davvero nello spazio, e davvero a un metro dalla porta.

Kant Le dice perfino quale paragone evitare. Si ricorre ai sapori e ai colori — be’, un vino ha un sapore diverso per persone diverse, una rosa appare diversa a occhi diversi, quindi lo spazio è così. Non lo è. Quelle sono davvero sensazioni private, variano da persona a persona, e non se ne può dimostrare in anticipo assolutamente nulla. Lo spazio è il caso opposto. È venuto da noi, ed è proprio per questo che vale per tutto, per tutti, senza una sola eccezione.

Il che rovescia la preoccupazione da cima a fondo. Il fatto che lo spazio sia Suo non è ciò che rende il mondo meno reale per Lei. È ciò che rende il mondo leggibile per Lei — ed è il motivo per cui una dimostrazione fatta a mente a scuola vincola una galassia che non visiterà mai.

Prossimamente: la seconda delle due forme. Non quella in cui vede le cose, ma quella in cui vive: il tempo.

Vignetta a fumetti: un giovane in cappotto grigio si porta una mano alla testa e chiede: «È tutto nella mia testa?» Kant, con una mano appoggiata allo schienale di una sedia di legno in una stanza spoglia, risponde: «La sedia è davvero lì, a tre piedi dalla porta.»
Guida visiva L1: Sezione I. Lo spazio — le esposizioni e le conclusioni

La Sezione I dell’estetica trascendentale per intero: i quattro argomenti secondo cui lo spazio è un’intuizione a priori, l’argomento della geometria a cui Kant dedicò una sezione a sé nel 1787 e le due conclusioni che trasformano tutto ciò in una tesi su che cosa lo spazio sia. Dove le edizioni del 1781 e del 1787 differiscono, sono mappate entrambe, e dove Kant torna su un argomento più avanti nella Critica, il passo successivo è citato accanto.


La domanda e le tre risposte sul tavolo

Il primo articolo si era chiuso con una promessa: ci sono due forme pure dell’intuizione sensibile, e Kant sta per esaminarle. Questa è la prima: lo spazio.

Egli non apre con una risposta, ma con una domanda, e vale la pena leggerla lentamente, perché l’intera sezione è costruita per rispondervi:

«Che cosa sono dunque spazio e tempo? Sono enti reali? Sono soltanto determinazioni o rapporti delle cose, tali però da spettare alle cose anche se non fossero intuite? Oppure spazio e tempo sono tali da appartenere soltanto alla forma dell’intuizione, e quindi alla costituzione soggettiva del nostro animo?»

Non si tratta di tre possibilità astratte. Ciascuna aveva sostenitori autorevoli nel 1781, e Kant stesso nomina le prime due qualche pagina più avanti, nel §7 (A39–40/B56–57), quando ripensa a ciò che la sezione ha fatto di esse:

Le tre risposte candidate e il verdetto di Kant su ciascuna:
Lo spazio è… Chi la sosteneva Il verdetto di Kant, con le sue parole
un ente reale — un contenitore a sé stante “gli studiosi matematici della natura” (il versante newtoniano) Essi “devono ammettere due non-enti eterni e infiniti, sussistenti per sé”, che ci sono “soltanto per contenere in sé tutto ciò che è reale”
una relazione tra le cose, che varrebbe anche se nessuno le intuisse “gli studiosi metafisici della natura” — Leibniz, di cui Kant dirà più avanti che “intellettualizzò queste forme della sensibilità” (A275/B331) Poiché per loro lo spazio è “astratto dall’esperienza”, essi sono “costretti a negare alle dottrine matematiche a priori ogni validità rispetto alle cose reali”
la forma della nostra intuizione Kant “Con la nostra teoria del vero carattere di queste due forme originarie della sensibilità, entrambe le difficoltà vengono eliminate.”

Tenga presente questa tabella. Ogni argomento che segue è rivolto contro una delle prime due righe, e le due conclusioni finali sono Kant che le cancella.

Il suo metodo per decidere la questione è un’esposizione. Nel 1787 egli definisce la parola prima di usarla; il testo del 1781 dice semplicemente “wollen wir zuerst den Raum betrachten” — consideriamo dapprima lo spazio — senza alcuna definizione né numerazione dei paragrafi.

Termini chiave, definiti a partire dal testo:
Termine In parole semplici Le parole di Kant
Esposizione
(Erörterung, expositio)
Esporre ciò che è già contenuto in un concetto “La rappresentazione chiara, anche se non dettagliata, di ciò che appartiene a un concetto” (B38)
Esposizione metafisica
(metaphysische Erörterung)
Mostrare che tipo di rappresentazione sia “Quando contiene ciò che presenta il concetto come dato a priori” (B38)
Esposizione trascendentale
(transscendentale Erörterung)
Mostrare che cosa essa rende possibile “La spiegazione di un concetto come principio a partire dal quale si può comprendere la possibilità di altre conoscenze sintetiche a priori” (B40)
Senso esterno
(äußerer Sinn)
La capacità per cui le cose si presentano come fuori di Lei “Mediante il senso esterno (una proprietà del nostro animo) ci rappresentiamo oggetti come fuori di noi, e tutti senza eccezione nello spazio” (A22/B37)
Intuizione contro concetto
(Anschauung / Begriff)
Una cosa incontrata direttamente, contro una nota comune condivisa da molte cose L’intuizione è “rappresentazione immediata” degli oggetti (B41). Un concetto è “contenuto in un numero infinito di diverse rappresentazioni possibili (come loro nota comune)” (B40)
Sintetico contro analitico Aggiunge qualcosa a un concetto, contro lo scompone Analitico: il predicato è “(implicitamente) contenuto” nel concetto del soggetto. Sintetico: esso si trova “fuori del concetto”, pur essendo connesso con esso (Introduzione IV, A6–7/B10–11)
A priori, e come riconoscerlo Conosciuto indipendentemente dall’esperienza “Necessità e universalità rigorosa sono dunque criteri sicuri di una conoscenza a priori” (Introduzione II, B4)
Apodittico
(apodiktisch)
Non può essere altrimenti “Congiunte con la coscienza della loro necessità” (B41)

Le due esposizioni pongono domande diverse sullo stesso concetto, e questa è la forma dell’intera sezione: il §2 chiede che cos’è questa rappresentazione?, il §3 chiede che cosa ci permette di fare il possederla?

§2 — I quattro argomenti

Due argomenti stabiliscono che lo spazio è a priori; due che è un’intuizione e non un concetto. Questa è l’intera divisione del lavoro.

L’esposizione metafisica, argomento per argomento (numerazione B):
# Tesi La mossa Stabilisce
1 Lo spazio non è un concetto empirico ricavato dall’esperienza esterna Per riferire una sensazione a qualcosa fuori di me, o per collocare due cose “non solo come diverse, ma come in luoghi diversi”, devo già avere lo spazio. Dunque lo spazio non può essere astratto da quell’esperienza: “questa esperienza esterna è essa stessa possibile soltanto mediante quella rappresentazione”. a priori
2 Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori che sta a fondamento di ogni intuizione esterna “Non possiamo mai rappresentarci che non vi sia spazio, sebbene possiamo benissimo pensare che in esso non si trovi alcun oggetto.” Il vuoto è pensabile; l’assenza no. Dunque lo spazio è la condizione dei fenomeni, “e non una determinazione dipendente da essi”. a priori
3 Lo spazio non è un concetto generale di relazioni, ma un’intuizione pura Esiste un solo spazio. Ciò che chiamiamo “spazi” sono sue limitazioni — parti pensate soltanto in esso, mai mattoni con cui esso venga assemblato. intuizione
4 Lo spazio è rappresentato come una grandezza infinita data Un concetto contiene infinite rappresentazioni sotto di sé; nessun concetto ne contiene infinite in sé. Lo spazio fa esattamente questo: “tutte le parti dello spazio coesistono ad infinitum”. intuizione

L’argomento 4 è quello su cui soffermarsi. La prova è di natura strutturale, riguarda il contenere, ed è ciò che rende la conclusione inevitabile:

$$ \underbrace{\quad \text{Concetto} \quad}_{\substack{\text{le istanze cadono} \\ \textit{sotto di esso}}} \quad \neq \quad \underbrace{\quad \text{Spazio} \quad}_{\substack{\text{le parti stanno} \\ \textit{in esso}}} $$
Dove Kant ritorna su questi argomenti

I quattro argomenti sono compressi in un paragrafo ciascuno. Kant torna sulla maggior parte di essi più avanti, e i passi successivi mostrano spesso più chiaramente che cosa intendesse la versione breve:

Rimandi interni, con le parole di Kant:
Argomento Dove Che cosa aggiunge il passo successivo
1 — non astratto §7, A40/B57 La concezione relazionale viene designata per ciò che l’argomento 1 nega: lo spazio come “rapporti astratti dall’esperienza e, in questo isolamento, rappresentati confusamente”.
2 — vuoto, mai assente Antinomia, nota ad A429/B457 Pensare lo spazio vuoto non significa percepire una cosa vuota: “Lo spazio è soltanto la forma dell’intuizione esterna (intuizione formale), non un oggetto reale che possa essere intuito esternamente.” Una relazione del mondo con lo spazio vuoto infinito è “il predicato di un semplice ente di pensiero”.
3 — un solo spazio, parti al suo interno Anfibolia, A272/B328 “Il concetto di un piede cubo di spazio, dovunque e quante volte io lo pensi, è in se stesso sempre del tutto identico. Ma due piedi cubi sono tuttavia distinti nello spazio per la semplice differenza dei loro luoghi (numero diversa)” — e questi luoghi “non appartengono però al concetto, ma interamente alla sensibilità”.
3 — un solo spazio, parti al suo interno Prolegomeni §13 (1783), AA IV 285–86 La mano sinistra e la destra: uguali e simili sotto ogni aspetto descrivibile, eppure il guanto dell’una non calza sull’altra. La differenza non può essere resa intelligibile “durch keinen einzigen Begriff” (mediante nessun singolo concetto), ma solo attraverso la relazione con lo spazio intero: “der Theil ist nur durchs Ganze möglich” — la parte è possibile solo mediante il tutto.
3 — la coda del triangolo Disciplina della ragion pura, A716–17/B744–45 Il filosofo “può analizzare e chiarire il concetto di linea retta o di angolo… ma non può mai giungere ad alcuna proprietà che non sia già contenuta in questi concetti”. Il geometra “comincia subito col costruire un triangolo”.

Le righe dei Prolegomeni sono citate nel tedesco di Kant secondo l’edizione dell’Accademia, Prolegomeni §13, AA IV 286; la glossa dopo il trattino è una nostra traduzione. I passi della Critica seguono la versione inglese di Kemp Smith (1929), qui resa in italiano.

Dove le due edizioni differiscono

L’edizione A del 1781 presenta qui cinque argomenti numerati; la B del 1787 ne presenta quattro. Il resoconto che Kant stesso dà della revisione, nella Prefazione B (Bxxxvii–xxxviii), merita di essere letto prima della tabella:

«Nelle proposizioni stesse e nelle loro dimostrazioni … non ho trovato nulla da cambiare. … Quanto al modo di esporle, invece, resta ancora molto da fare; e in questa edizione ho cercato di apportare miglioramenti che dovrebbero contribuire a eliminare, in primo luogo, il fraintendimento riguardo all’estetica, specialmente a proposito del concetto di tempo.»

Dunque, per sua stessa ammissione, a cambiare fu l’esposizione, non la dottrina — e la tabella lo conferma, con un’eccezione nell’argomento 5 che è più di una semplice riformulazione:

A 1781 a confronto con B 1787:
A (1781) B (1787)
Apertura: “consideriamo dapprima lo spazio” — nessuna definizione, nessun § Il §2 definisce l’esposizione e chiama questa metafisica
1) non è un concetto empirico 1) identico
2) una rappresentazione necessaria a priori 2) identico
3) su questa necessità si fonda “la certezza apodittica di tutte le proposizioni geometriche”. Se lo spazio fosse appreso dall’esperienza, non sarebbe necessario “che tra due punti vi sia una sola linea retta”; potremmo dire soltanto “che, per quanto si è osservato finora, non si è trovato alcuno spazio che abbia più di tre dimensioni” — tolto dal §2 e ricostruito come il nuovo §3
4) non un concetto discorsivo, ma un’intuizione pura, con la coda del triangolo 3) identico, coda compresa
5) una grandezza infinita data — argomentata a partire dalla progressione dell’intuizione: un concetto generale di spazio, “che si trova tanto in un piede quanto in un’auna”, non determina nulla riguardo alla grandezza, e “se non vi fosse illimitatezza nella progressione dell’intuizione, nessun concetto di rapporti potrebbe fornire un principio della loro infinità” 4) la stessa tesi, ma un argomento diverso: la prova del «sotto/in» vista sopra, e un’infinità che è data tutta in una volta (“tutte le parti dello spazio coesistono”) anziché raggiunta procedendo oltre
Osservazione conclusiva: il sapore di un vino e i colori come “modificazioni del senso della vista” Riscritta: lo spazio è l’unica rappresentazione soggettiva di qualcosa di esterno che possa essere chiamata “[at once] oggettiva [and] a priori”, perché solo da esso possono essere derivate proposizioni sintetiche a priori — e per questo B ora rimanda al nuovo §3

Perché riscrivere l’argomento 5? Kant non lo dice. Una lettura, plausibile ma interpretazione, non testo, si basa sulla nota alla prima antinomia (A432/B460): lì “il vero concetto trascendentale dell’infinità” è “che la sintesi successiva dell’unità nella misurazione di un quanto non possa mai essere compiuta”, mentre il molteplice di un mondo infinito per estensione “è dato come coesistente”. Un’infinità raggiunta mediante una progressione senza fine è proprio quella serie mai compiuta, e così B trasferisce l’infinità dello spazio nella coesistenza simultanea delle sue parti.

§3 — L’argomento della geometria (sezione autonoma dal 1787)

L’esposizione metafisica ci ha detto che cosa lo spazio è. L’esposizione trascendentale chiede che cosa il possederlo ci procuri, e la risposta di Kant è l’esistenza della geometria.

Un’esposizione trascendentale ha due condizioni, e Kant le enuncia prima di cominciare: “(1) che conoscenze di questo genere derivino realmente dal concetto dato, (2) che queste conoscenze siano possibili soltanto presupponendo un dato modo di spiegare tale concetto.” Il primo paragrafo del §3 soddisfa la prima condizione; l’ultimo paragrafo, con la sua “unica spiegazione”, soddisfa la seconda.

Il §3 si appoggia inoltre su due pagine dell’Introduzione, citate tra parentesi nel testo, e vale la pena vedere che cosa dicono:

I due passi dell’Introduzione su cui si basa il §3:
Il §3 cita Che cosa stabilisce L’esempio di Kant
Introduzione V (B14–17) La geometria è sintetica: le sue proposizioni vanno oltre i loro concetti “Che la linea retta sia la più breve tra due punti è una proposizione sintetica. Infatti il mio concetto di retto non contiene nulla di quantitativo, ma solo una qualità.” (B16)
Introduzione II (B3–6) La geometria è a priori: la necessità non può venire dall’esperienza L’esperienza dà soltanto “un’universalità comparativa, mediante induzione” — “per quanto abbiamo osservato finora, non si trova eccezione a questa o a quella regola”. (B3–4)

Si noti che l’argomento 3 dell’edizione A aveva già usato esattamente quella formula induttiva — “per quanto si è osservato finora, non si è trovato alcuno spazio che abbia più di tre dimensioni” — come immagine di ciò a cui la geometria si ridurrebbe se lo spazio fosse appreso. Il §3 mantiene il punto e lascia cadere l’immagine. La geometria afferma cose sullo spazio che sono sintetiche e tuttavia valgono a priori, e Kant risale da questo fatto a una condizione su ciò che lo spazio deve essere:

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  G["La geometria è una scienza reale 
determina lo spazio sinteticamente"] --> S["Le sue proposizioni sono sintetiche
vanno oltre il concetto"] G --> N["Le sue proposizioni sono apodittiche
ad es. lo spazio ha tre dimensioni"] S -->|"nessuna proposizione sintetica
deriva da un mero concetto"| I["Dunque la rappresentazione dello spazio
deve essere un’INTUIZIONE"] N -->|"la necessità non può essere
ricavata dall’esperienza"| P["Dunque quell’intuizione deve essere
A PRIORI, trovarsi in noi
prima di ogni oggetto"] I --> F["Un’intuizione anteriore a tutti gli oggetti
può avere sede solo nel soggetto"] P --> F F --> C["Lo spazio è la FORMA DEL SENSO ESTERNO"]

Si noti la direzione del percorso. Kant non dimostra la geometria a partire dalla sua teoria dello spazio; assume la geometria come un fatto acquisito e chiede che cosa dovrebbe essere lo spazio perché quel fatto sia possibile. Come dice lui stesso, solo questa spiegazione rende intelligibile la geometria — e qualsiasi spiegazione rivale “può essere distinta da essa, in base a questo criterio, con la massima certezza”.

Kant ritorna sull’argomento

Alla fine dell’estetica (Osservazioni generali, A46–49/B63–66) Kant ripropone lo stesso argomento, questa volta come eliminazione — dice che porrà “in una luce più chiara quanto è stato detto nel §3”. Una proposizione sintetica e necessaria sullo spazio deve provenire da qualche parte, e le fonti candidate sono soltanto quattro:

Da dove potrebbe provenire una proposizione geometrica? (A47–48/B64–65):
dai concetti dall’intuizione
a posteriori solo proposizioni empiriche — nessuna necessità solo proposizioni empiriche — nessuna necessità
a priori “da semplici concetti si ottiene soltanto una conoscenza analitica, non una conoscenza sintetica” l’unica fonte rimasta — “Dovete dunque darvi un oggetto a priori nell’intuizione”

Il suo caso di prova è “Due linee rette non possono racchiudere uno spazio”: si provi a ricavarlo dai concetti di linea retta e di due, e “ogni vostra fatica è vana”. Ed egli enuncia il risultato in termini più forti di quanto faccia il §3: è “non soltanto possibile o probabile, ma indubitabilmente certo” che spazio e tempo sono semplici condizioni soggettive della nostra intuizione.

Lo stesso argomento spiega anche perché la geometria si applichi al mondo fisico, cosa che Kant sviluppa negli Assiomi dell’intuizione (A165/B206): poiché l’intuizione empirica è possibile soltanto mediante l’intuizione pura dello spazio, “ciò che la geometria afferma dell’intuizione pura vale dunque incontestabilmente per l’intuizione empirica”.

Conclusione (a) — lo spazio non è una caratteristica delle cose in sé

P1. Lo spazio è intuito a priori — cioè prima di qualsiasi oggetto e indipendentemente da esso.

P2. “Nessuna determinazione, né assoluta né relativa, può essere intuita prima dell’esistenza delle cose alle quali appartiene.”

∴ Lo spazio non rappresenta alcuna proprietà delle cose in sé, né alcun rapporto tra di esse.

Il cardine è P2, e svolge un lavoro reale. Tutto ciò che si può avere prima di incontrare un oggetto non può provenire da quell’oggetto. Quindi, se lo spazio è autenticamente a priori, non è qualcosa che il mondo ci abbia consegnato.

Torni alla tabella all’inizio. P2 dice né assoluta né relativa, e queste parole cancellano in un colpo solo entrambe le righe rivali: una determinazione assoluta (lo spazio come proprietà o contenitore delle cose) e una relativa (lo spazio come insieme dei rapporti tra le cose) sono ugualmente cose che si potrebbero apprendere solo dalle cose stesse. P1 è ciò che il §2 ha stabilito. La geometria, si noti, non è qui una premessa: (a) è enunciata in entrambe le edizioni, compresa quella del 1781, in cui non c’è il §3.

Conclusione (b) — lo spazio è la forma del senso esterno

P1. Lo spazio non è altro che la forma di tutti i fenomeni del senso esterno — la condizione soggettiva sotto la quale soltanto è possibile per noi un’intuizione esterna.

P2. La ricettività del soggetto, la sua capacità di essere affetto dagli oggetti, deve precedere ogni intuizione di quegli oggetti.

∴ La forma di tutti i fenomeni può essere data nell’animo prima di ogni percezione effettiva — a priori.

«Soltanto dal punto di vista umano»

La conseguenza viene tratta subito: “Soltanto dal punto di vista umano, dunque, possiamo parlare di spazio, di enti estesi, ecc.” Seguono due precisazioni. In primo luogo, Kant non pretende di sapere che ogni mente debba intuire spazialmente — “delle intuizioni di altri esseri pensanti non possiamo giudicare se siano legate alle stesse condizioni che limitano la nostra intuizione”. In secondo luogo, ed è la mossa che chi studia di solito non coglie, la restrizione non indebolisce la tesi. La rende incondizionata:

“Tutte le cose sono l’una accanto all’altra nello spazio” — valida solo sotto una limitazione.

“Tutte le cose, in quanto fenomeni esterni, sono l’una accanto all’altra nello spazio” — “la regola vale universalmente e senza limitazione.”

Una volta che la condizione è scritta nel soggetto del giudizio, non le resta più alcuna eccezione.

L’accoppiamento su cui poggia il resto della Critica

Kant enuncia ora le due metà insieme, ed esse hanno senso soltanto come coppia:

Realtà empirica e idealità trascendentale:
Tesi Che cosa esclude
Realtà empirica Lo spazio ha validità oggettiva per tutto ciò che può mai essere dato ai nostri sensi esterni Che lo spazio sia un sogno, un’illusione o una distorsione privata
Idealità trascendentale Lo spazio non è assolutamente nulla non appena si lascia cadere la condizione dell’esperienza possibile Che lo spazio sia un contenitore in cui il mondo si trova, che qualcuno guardi o no

«Noi affermiamo dunque la realtà empirica dello spazio, riguardo a ogni possibile esperienza esterna; e insieme ne affermiamo l’idealità trascendentale — cioè che esso non è nulla non appena tralasciamo la condizione suddetta, ossia la sua limitazione all’esperienza possibile, e lo consideriamo come qualcosa che stia a fondamento delle cose in sé.»

Non Berkeley — e perché è il realista a finire lì

L’obiezione ovvia è che ciò trasformi i corpi in parvenze. Kant vi risponde in un passo aggiunto nel 1787 (Osservazioni generali, B69–71), e la risposta è un rovesciamento:

«Sarebbe colpa mia se di ciò che dovrei considerare come fenomeno facessi una semplice parvenza. Ciò non deriva come conseguenza dal nostro principio dell’idealità di tutte le nostre intuizioni sensibili — anzi, tutto il contrario.»

È la concezione secondo cui lo spazio appartiene alle cose in sé a sfociare nella parvenza. Se si rendono reali spazio e tempo, occorrono “due cose infinite, che non sono sostanze né qualcosa di realmente inerente alle sostanze” e che continuerebbero a esistere “anche se tutte le cose esistenti fossero tolte” — e di fronte a tale assurdità, dice Kant, “non possiamo biasimare il buon Berkeley se ha degradato i corpi a semplice parvenza.” La Confutazione dell’idealismo (B274) esprime lo stesso punto in una frase: “L’idealismo dogmatico è inevitabile se si considera lo spazio come una proprietà che deve appartenere alle cose in sé… Il fondamento di questo idealismo è già stato da noi minato nell’estetica trascendentale.”

L’osservazione conclusiva: lo spazio non è come il colore

Kant previene l’illustrazione più allettante: non si tratta del fatto che colori e sapori sono soggettivi. Quelli sono semplici sensazioni, “modificazioni del soggetto, che possono anche essere diverse in uomini diversi”, e non forniscono alcuna conoscenza a priori di nulla. Lo spazio è il caso opposto — soggettivo per origine, e proprio per questo valido universalmente e necessariamente per ogni oggetto che possiamo incontrare. Le due edizioni esprimono il punto in modo diverso. A usa il sapore di un vino. B fornisce invece un criterio: non vi è “nessun’altra rappresentazione soggettiva da cui possiamo derivare proposizioni sintetiche a priori, come possiamo fare dall’intuizione nello spazio (§3)”, e quindi colori, suoni e calore “non hanno alcuna idealità”. Il paragrafo finale, con la rosa che appare diversa “a ogni osservatore”, è identico in entrambe.

Il limite qui tracciato è quello con cui si chiude l’intera estetica (B73): i giudizi fondati sull’intuizione pura “non possono mai estendersi oltre gli oggetti dei sensi; essi valgono soltanto per oggetti dell’esperienza possibile.”

German A-Edition (1781): Von dem Raume — Erörterung und Schlüsse

Vermittelst des äußeren Sinnes (einer Eigenschaft unsres Gemüths)stellen wir uns Gegenstände als außer uns und diese insgesammt imRaume vor. Darin ist ihre Gestalt, Größe und Verhältniß gegen einanderbestimmt oder bestimmbar. Der innere Sinn, vermittelst dessen dasGemüth sich selbst oder seinen inneren Zustand anschauet, giebt zwar keineAnschauung von der Seele selbst als einem Object, allein es ist doch einebestimmte Form, unter der die Anschauung ihres innern Zustandes alleinmöglich ist, so daß alles, was zu den innern Bestimmungen gehört, inVerhältnissen der Zeit vorgestellt wird. Äußerlich kann die Zeit nicht angeschautwerden, so wenig wie der Raum als etwas in uns. Was sindnun Raum und Zeit? Sind es wirkliche Wesen? Sind es zwar nur Bestimmungenoder auch Verhältnisse der Dinge, aber doch solche, welcheihnen auch an sich zukommen würden, wenn sie auch nicht angeschautwürden; oder sind sie solche, die nur an der Form der Anschauung alleinhaften und mithin an der subjectiven Beschaffenheit unseres Gemüths,ohne welche die Prädicate gar keinem Dinge beigelegt werden können?Um uns hierüber zu belehren, wollen wir zuerst den Raum betrachten.

1) der Raum ist kein empirischer Begriff, der von äußeren Erfahrungenabgezogen worden. Denn damit gewisse Empfindungen auf etwasaußer mir bezogen werden (d. i. auf etwas in einem andern Orte desRaumes, als darin ich mich befinde), imgleichen damit ich sie als außereinander, mithin nicht blos verschieden, sondern als in verschiedenen Ortenvorstellen könne, dazu muß die Vorstellung des Raumes schon zum Grundeliegen. Demnach kann die Vorstellung des Raumes nicht aus den Verhältnissender äußern Erscheinung durch Erfahrung erborgt sein, sonderndiese äußere Erfahrung ist selbst nur durch gedachte Vorstellung allererstmöglich.

2) Der Raum ist eine nothwendige Vorstellung a priori, die allenäußeren Anschauungen zum Grunde liegt. Man kann sich niemals eineVorstellung davon machen, daß kein Raum sei, ob man sich gleich ganzwohl denken kann, daß keine Gegenstände darin angetroffen werden. Erwird also als die Bedingung der Möglichkeit der Erscheinungen und nichtals eine von ihnen abhängende Bestimmung angesehen und ist eine Vorstellunga priori, die nothwendiger weise äußeren Erscheinungen zumGrunde liegt.

3) Auf diese Nothwendigkeit a priori gründet sich die apodiktischeGewißheit aller geometrischen Grundsätze und die Möglichkeit ihrer Constructionena priori. Wäre nämlich diese Vorstellung des Raums eina posteriori erworbener Begriff, der aus der allgemeinen äußeren Erfahrunggeschöpft wäre, so würden die ersten Grundsätze der mathematischenBestimmung nichts als Wahrnehmungen sein. Sie hätten also alle Zufälligkeitder Wahrnehmung, und es wäre eben nicht nothwendig, daßzwischen zwei Punkten nur eine gerade Linie sei, sondern die Erfahrungwürde es so jederzeit lehren. Was von der Erfahrung entlehnt ist, hatauch nur comparative Allgemeinheit, nämlich durch Induction. Manwürde also nur sagen können: so viel zur Zeit noch bemerkt worden, istkein Raum gefunden worden, der mehr als drei Abmessungen hätte.

4) Der Raum ist kein discursiver oder, wie man sagt, allgemeinerBegriff von Verhältnissen der Dinge überhaupt, sondern eine reine Anschauung.Denn erstlich kann man sich nur einen einigen Raum vorstellen,und wenn man von vielen Räumen redet, so versteht man darunternur Theile eines und desselben alleinigen Raumes. Diese Theile könnenauch nicht vor dem einigen, allbefassenden Raume gleichsam als dessen Bestandtheile(daraus seine Zusammensetzung möglich sei) vorhergehen, sondernnur in ihm gedacht werden. Er ist wesentlich einig, das Mannigfaltigein ihm, mithin auch der allgemeine Begriff von Räumen überhauptberuht lediglich auf Einschränkungen. Hieraus folgt, daß in Ansehungseiner eine Anschauung a priori (die nicht empirisch ist) allen Begriffenvon demselben zum Grunde liege. So werden auch alle geometrischeGrundsätze, z. E. daß in einem Triangel zwei Seiten zusammen größersind als die dritte, niemals aus allgemeinen Begriffen von Linie undTriangel, sondern aus der Anschauung und zwar a priori mit apodiktischerGewißheit abgeleitet.

5) Der Raum wird als eine unendliche Größe gegeben vorgestellt.Ein allgemeiner Begriff vom Raum (der sowohl einem Fuße, als einerElle gemein ist) kann in Ansehung der Größe nichts bestimmen. Wärees nicht die Grenzenlosigkeit im Fortgange der Anschauung, so würde keinBegriff von Verhältnissen ein Principium der Unendlichkeit derselben beisich führen.

a) Der Raum stellt gar keine Eigenschaft irgend einiger Dinge ansich, oder sie in ihrem Verhältniß auf einander vor, d. i. keine Bestimmungderselben, die an Gegenständen selbst haftete, und welche bliebe, wennman auch von allen subjectiven Bedingungen der Anschauung abstrahirte.Denn weder absolute, noch relative Bestimmungen können vor dem Daseinder Dinge, welchen sie zukommen, mithin nicht a priori angeschaut werden.

b) Der Raum ist nichts anders, als nur die Form aller Erscheinungenäußerer Sinne, d. i. die subjective Bedingung der Sinnlichkeit,unter der allein uns äußere Anschauung möglich ist. Weil nun die Receptivitätdes Subjects, von Gegenständen afficirt zu werden, nothwendigerWeise vor allen Anschauungen dieser Objecte vorhergeht, so läßt sich verstehen,wie die Form aller Erscheinungen vor allen wirklichen Wahrnehmungen,mithin a priori im Gemüthe gegeben sein könne, und wie sie alseine reine Anschauung, in der alle Gegenstände bestimmt werden müssen,Principien der Verhältnisse derselben vor aller Erfahrung enthalten könne.Wir können demnach nur aus dem Standpunkte eines Menschenvom Raum, von ausgedehnten Wesen etc. reden. Gehen wir von der subjectivenBedingung ab, unter welcher wir allein äußere Anschauung bekommenkönnen, so wie wir nämlich von den Gegenständen afficiert werdenmögen, so bedeutet die Vorstellung vom Raume gar nichts. Dieses Prädicatwird den Dingen nur in so fern beigelegt, als sie uns erscheinen, d. i.Gegenstände der Sinnlichkeit sind. Die beständige Form dieser Receptivität,welche wir Sinnlichkeit nennen, ist eine nothwendige Bedingungaller Verhältnisse, darin Gegenstände als außer uns angeschauet werden,und wenn man von diesen Gegenständen abstrahirt, eine reine Anschauung,welche den Namen Raum führt. Weil wir die besonderen Bedingungender Sinnlichkeit nicht zu Bedingungen der Möglichkeit der Sachen, sondernnur ihrer Erscheinungen machen können, so können wir wohl sagen,daß der Raum alle Dinge befasse, die uns äußerlich erscheinen mögen,aber nicht alle Dinge an sich selbst, sie mögen nun angeschaut werden odernicht, oder auch von welchem Subject man wolle. Denn wir können vonden Anschauungen anderer denkenden Wesen gar nicht urtheilen, ob siean die nämlichen Bedingungen gebunden seien, welche unsere Anschauungeinschränken und für uns allgemein gültig sind. Wenn wir die Einschränkungeines Urtheils zum Begriff des Subjects hinzufügen, so giltdas Urtheil alsdann unbedingt. Der Satz: Alle Dinge sind neben einanderim Raum, gilt nur unter der Einschränkung, wenn diese Dinge alsGegenstände unserer sinnlichen Anschauung genommen werden. Füge ichhier die Bedingung zum Begriffe und sage: Alle Dinge als äußere Erscheinungensind neben einander im Raum, so gilt diese Regel allgemeinund ohne Einschränkung. Unsere Erörterungen lehren demnach die Realität(d. i. die objective Gültigkeit) des Raumes in Ansehung alles dessen,was äußerlich als Gegenstand uns vorkommen kann, aber zugleich dieIdealität des Raums in Ansehung der Dinge, wenn sie durch die Vernunftan sich selbst erwogen werden, d. i. ohne Rücksicht auf die Beschaffenheitunserer Sinnlichkeit zu nehmen. Wir behaupten also die empirischeRealität des Raumes (in Ansehung aller möglichen äußeren Erfahrung),obzwar zugleich die transscendentale Idealität desselben, d. i. daßer Nichts sei, so bald wir die Bedingung der Möglichkeit aller Erfahrungweglassen und ihn als etwas, was den Dingen an sich selbst zum Grundeliegt, annehmen.Es giebt aber auch außer dem Raum keine andere subjective undauf etwas äußeres bezogene Vorstellung, die a priori objectiv heißenkönnte; daher diese subjective Bedingung aller äußeren Erscheinungen mitkeiner andern kann verglichen werden. Der Wohlgeschmack eines Weinesgehört nicht zu den objectiven Bestimmungen des Weines, mithin eines Objectssogar als Erscheinung betrachtet, sondern zu der besondern Beschaffenheitdes Sinnes an dem Subjecte, was ihn genießt. Die Farben sind nichtBeschaffenheiten der Körper, deren Anschauung sie anhängen, sondernauch nur Modificationen des Sinnes des Gesichts, welches vom Lichte aufgewisse Weise afficirt wird. Dagegen gehört der Raum, als Bedingungäußerer Objecte, nothwendiger Weise zur Erscheinung oder Anschauungderselben. Geschmack und Farben sind gar nicht nothwendige Bedingungen,unter welchen die Gegenstände allein für uns Objecte der Sinne werdenkönnen. Sie sind nur als zufällig beigefügte Wirkungen der besondernOrganisation mit der Erscheinung verbunden. Daher sind sie auch keineVorstellungen a priori, sondern auf Empfindung, der Wohlgeschmack abersogar auf Gefühl (der Lust und Unlust) als einer Wirkung der Empfindunggegründet. Auch kann niemand a priori weder eine Vorstellung einerFarbe, noch irgend eines Geschmacks haben: der Raum aber betrifft nurdie reine Form der Anschauung, schließt also gar keine Empfindung(nichts Empirisches) in sich, und alle Arten und Bestimmungen desRaumes können und müssen sogar a priori vorgestellt werden können,wenn Begriffe der Gestalten sowohl, als Verhältnisse entstehen sollen.Durch denselben ist es allein möglich, daß Dinge für uns äußere Gegenständesind.Die Absicht dieser Anmerkung geht nur dahin, zu verhüten: daß mandie behauptete Idealität des Raumes nicht durch bei weitem unzulänglicheBeispiele zu erläutern sich einfallen lasse, da nämlich etwa Farben,Geschmack etc. mit Recht nicht als Beschaffenheiten der Dinge, sondernblos als Veränderungen unseres Subjects, die sogar bei verschiedenenMenschen verschieden sein können, betrachtet werden. Denn in diesemFalle gilt das, was ursprünglich selbst nur Erscheinung ist, z. B. eineRose, im empirischen Verstande für ein Ding an sich selbst, welches dochjedem Auge in Ansehung der Farbe anders erscheinen kann. Dagegen istder transscendentale Begriff der Erscheinungen im Raume eine kritischeErinnerung, daß überhaupt nichts, was im Raume angeschaut wird, eineSache an sich, noch daß der Raum eine Form der Dinge sei, die ihnenetwa an sich selbst eigen wäre, sondern daß uns die Gegenstände an sichgar nicht bekannt sind, und was wir äußere Gegenstände nennen, nichtsanders als bloße Vorstellungen unserer Sinnlichkeit sind, deren Form derRaum ist, deren wahres Correlatum aber, d. i. das Ding an sich selbst,dadurch gar nicht erkannt wird noch erkannt werden kann, nach welchemaber auch in der Erfahrung niemals gefragt wird.

German B-Edition (1787): Von dem Raume — §2, §3 und die Schlüsse

Vermittelst des äußeren Sinnes (einer Eigenschaft unsres Gemüths)stellen wir uns Gegenstände als außer uns und diese insgesammt imRaume vor. Darin ist ihre Gestalt, Größe und Verhältniß gegen einanderbestimmt oder bestimmbar. Der innere Sinn, vermittelst dessendas Gemüth sich selbst oder seinen inneren Zustand anschauet, giebt zwarkeine Anschauung von der Seele selbst als einem Object; allein es ist docheine bestimmte Form, unter der die Anschauung ihres inneren Zustandesallein möglich ist, so daß alles, was zu den inneren Bestimmungen gehört,in Verhältnissen der Zeit vorgestellt wird. Äußerlich kann die Zeit nichtangeschaut werden, so wenig wie der Raum als etwas in uns. Was sindnun Raum und Zeit? Sind es wirkliche Wesen? Sind es zwar nur Bestimmungenoder auch Verhältnisse der Dinge, aber doch solche, welcheihnen auch an sich zukommen würden, wenn sie auch nicht angeschautwürden, oder sind sie solche, die nur an der Form der Anschauung alleinhaften und mithin an der subjectiven Beschaffenheit unseres Gemüths,ohne welche diese Prädicate gar keinem Dinge beigelegt werden können?Um uns hierüber zu belehren, wollen wir zuerst den Begriff des Raumeserörtern. Ich verstehe aber unter Erörterung (expositio) die deutliche(wenn gleich nicht ausführliche) Vorstellung dessen, was zu einem Begriffegehört; metaphysisch aber ist die Erörterung, wenn sie dasjenige enthält,was den Begriff als a priori gegeben darstellt.

1) Der Raum ist kein empirischer Begriff, der von äußeren Erfahrungenabgezogen worden. Denn damit gewisse Empfindungen auf etwasaußer mir bezogen werden (d. i. auf etwas in einem andern Orte desRaumes, als darin ich mich befinde), imgleichen damit ich sie als außerund neben einander, mithin nicht bloß verschieden, sondern als in verschiedenenOrten vorstellen könne, dazu muß die Vorstellung des Raumesschon zum Grunde liegen. Demnach kann die Vorstellung des Raumesnicht aus den Verhältnissen der äußern Erscheinung durch Erfahrung erborgtsein, sondern diese äußere Erfahrung ist selbst nur durch gedachteVorstellung allererst möglich.

2) Der Raum ist eine nothwendige Vorstellung a priori, die allenäußeren Anschauungen zum Grunde liegt. Man kann sich niemals eineVorstellung davon machen, daß kein Raum sei, ob man sich gleich ganzwohl denken kann, daß keine Gegenstände darin angetroffen werden. Erwird also als die Bedingung der Möglichkeit der Erscheinungen und nichtals eine von ihnen abhängende Bestimmung angesehen und ist eine Vorstellunga priori, die nothwendiger Weise äußeren Erscheinungen zumGrunde liegt.

3) Der Raum ist kein discursiver oder, wie man sagt, allgemeinerBegriff von Verhältnissen der Dinge überhaupt, sondern eine reine Anschauung.Denn erstlich kann man sich nur einen einigen Raum vorstellen,und wenn man von vielen Räumen redet, so versteht man darunternur Theile eines und desselben alleinigen Raumes. Diese Theile könnenauch nicht vor dem einigen allbefassenden Raume gleichsam als dessenBestandtheile (daraus seine Zusammensetzung möglich sei) vorhergehen,sondern nur in ihm gedacht werden. Er ist wesentlich einig, das Mannigfaltigein ihm, mithin auch der allgemeine Begriff von Räumen überhauptberuht lediglich auf Einschränkungen. Hieraus folgt, daß in Ansehungseiner eine Anschauung a priori (die nicht empirisch ist) allen Begriffenvon demselben zum Grunde liegt. So werden auch alle geometrischeGrundsätze, z. E. daß in einem Triangel zwei Seiten zusammengrößer sind, als die dritte, niemals aus allgemeinen Begriffen von Linieund Triangel, sondern aus der Anschauung und zwar a priori mit apodiktischerGewißheit abgeleitet.

4) Der Raum wird als eine unendliche gegebene Größe vorgestellt.Nun muß man zwar einen jeden Begriff als eine Vorstellung denken, diein einer unendlichen Menge von verschiedenen möglichen Vorstellungen(als ihr gemeinschaftliches Merkmal) enthalten ist, mithin diese unter sichenthält: aber kein Begriff als ein solcher kann so gedacht werden, als ober eine unendliche Menge von Vorstellungen in sich enthielte. Gleichwohlwird der Raum so gedacht (denn alle Theile des Raumes ins unendlichesind zugleich). Also ist die ursprüngliche Vorstellung vom Raume Anschauunga priori und nicht Begriff.

Ich verstehe unter einer transscendentalen Erörterung die Erklärungeines Begriffs als eines Princips, woraus die Möglichkeit anderersynthetischer Erkenntnisse a priori eingesehen werden kann. Zu dieserAbsicht wird erfordert: 1) daß wirklich dergleichen Erkenntnisse aus demgegebenen Begriffe herfließen, 2) daß diese Erkenntnisse nur unter derVoraussetzung einer gegebenen Erklärungsart dieses Begriffs möglich sind.Geometrie ist eine Wissenschaft, welche die Eigenschaften des Raumssynthetisch und doch a priori bestimmt. Was muß die Vorstellung desRaumes denn sein, damit eine solche Erkenntniß von ihm möglich sei? Ermuß ursprünglich Anschauung sein; denn aus einem bloßen Begriffe lassensich keine Sätze, die über den Begriff hinausgehen, ziehen, welches doch inder Geometrie geschieht (Einleitung V). Aber diese Anschauung mußa priori, d. i. vor aller Wahrnehmung eines Gegenstandes, in uns angetroffenwerden, mithin reine, nicht empirische Anschauung sein. Denn diegeometrischen Sätze sind insgesammt apodiktisch, d. i. mit dem Bewußtseinihrer Nothwendigkeit verbunden, z. B. der Raum hat nur drei Abmessungen;dergleichen Sätze aber können nicht empirische oder Erfahrungsurtheilesein, noch aus ihnen geschlossen werden (Einleit. II).Wie kann nun eine äußere Anschauung dem Gemüthe beiwohnen, dievor den Objecten selbst vorhergeht, und in welcher der Begriff der letzterena priori bestimmt werden kann? Offenbar nicht anders, als sofern siebloß im Subjecte, als die formale Beschaffenheit desselben von Objectenafficirt zu werden und dadurch unmittelbare Vorstellung derselben,d. i. Anschauung, zu bekommen, ihren Sitz hat, also nur als Form desäußeren Sinnes überhaupt.Also macht allein unsere Erklärung die Möglichkeit der Geometrieals einer synthetischen Erkenntniß a priori begreiflich. Eine jedeErklärungsart, die dieses nicht liefert, wenn sie gleich dem Anscheine nachmit ihr einige Ähnlichkeit hätte, kann an diesen Kennzeichen am sicherstenvon ihr unterschieden werden.

a) Der Raum stellt gar keine Eigenschaft irgend einiger Dinge ansich, oder sie in ihrem Verhältniß auf einander vor, d. i. keine Bestimmungderselben, die an Gegenständen selbst haftete, und welche bliebe, wenn manauch von allen subjectiven Bedingungen der Anschauung abstrahirte.Denn weder absolute, noch relative Bestimmungen können vor dem Daseinder Dinge, welchen sie zukommen, mithin nicht a priori angeschautwerden.

b) Der Raum ist nichts anders, als nur die Form aller Erscheinungenäußerer Sinne, d. i. die subjective Bedingung der Sinnlichkeit,unter der allein uns äußere Anschauung möglich ist. Weil nun die Receptivitätdes Subjects, von Gegenständen afficirt zu werden, nothwendigerWeise vor allen Anschauungen dieser Objecte vorhergeht, so läßt sichverstehen, wie die Form aller Erscheinungen vor allen wirklichen Wahrnehmungen,mithin a priori im Gemüthe gegeben sein könne, und wie sieals eine reine Anschauung, in der alle Gegenstände bestimmt werdenmüssen, Principien der Verhältnisse derselben vor aller Erfahrung enthaltenkönne.Wir können demnach nur aus dem Standpunkte eines Menschen vomRaum, von ausgedehnten Wesen etc. reden. Gehen wir von der subjectivenBedingung ab, unter welcher wir allein äußere Anschauung bekommenkönnen, so wie wir nämlich von den Gegenständen afficirt werdenmögen, so bedeutet die Vorstellung vom Raume gar nichts. Dieses Prädicatwird den Dingen nur in so fern beigelegt, als sie uns erscheinen,d. i. Gegenstände der Sinnlichkeit sind. Die beständige Form dieser Receptivität,welche wir Sinnlichkeit nennen, ist eine nothwendige Bedingungaller Verhältnisse, darin Gegenstände als außer uns angeschauet werden,und wenn man von diesen Gegenständen abstrahirt , eine reine Anschauung,welche den Namen Raum führt. Weil wir die besonderen Bedingungender Sinnlichkeit nicht zu Bedingungen der Möglichkeit der Sachen,sondern nur ihrer Erscheinungen machen können, so können wir wohlsagen, daß der Raum alle Dinge befasse, die uns äußerlich erscheinenmögen, aber nicht alle Dinge an sich selbst, sie mögen nun angeschautwerden oder nicht, oder auch von welchem Subject man wolle. Denn wirkönnen von den Anschauungen anderer denkenden Wesen gar nicht urtheilen,ob sie an die nämlichen Bedingungen gebunden seien, welche unsereAnschauung einschränken und für uns allgemein gültig sind. Wenn wirdie Einschränkung eines Urtheils zum Begriff des Subjects hinzufügen,so gilt das Urtheil alsdann unbedingt. Der Satz: Alle Dinge sind nebeneinander im Raum, gilt unter der Einschränkung, wenn diese Dinge alsGegenstände unserer sinnlichen Anschauung genommen werden. Füge ichhier die Bedingung zum Begriffe und sage: Alle Dinge als äußere Erscheinungensind neben einander im Raum, so gilt diese Regel allgemeinund ohne Einschränkung. Unsere Erörterungen lehren demnach die Realität(d. i. die objective Gültigkeit) des Raumes in Ansehung allesdessen, was äußerlich als Gegenstand uns vorkommen kann, aber zugleichdie Idealität des Raums in Ansehung der Dinge, wenn sie durch dieVernunft an sich selbst erwogen werden, d. i. ohne Rücksicht auf die Beschaffenheitunserer Sinnlichkeit zu nehmen. Wir behaupten also die empirischeRealität des Raumes (in Ansehung aller möglichen äußerenErfahrung), obzwar die transscendentale Idealität desselben, d. i.daß er Nichts sei, so bald wir die Bedingung der Möglichkeit aller Erfahrungweglassen und ihn als etwas, was den Dingen an sich selbst zumGrunde liegt, annehmen.Es giebt aber auch außer dem Raum keine andere subjective und aufetwas Äußeres bezogene Vorstellung, die a priori objectiv heißen könnte.Denn man kann von keiner derselben synthetische Sätze a priori, wie vonder Anschauung im Raume herleiten (§ 3). Daher ihnen, genau zu reden,gar keine Idealität zukommt, ob sie gleich darin mit der Vorstellung desRaumes übereinkommen, daß sie bloß zur subjectiven Beschaffenheit derSinnesart gehören, z. B. des Gesichts, Gehörs, Gefühls, durch die Empfindungender Farben, Töne und Wärme, die aber, weil sie bloß Empfindungenund nicht Anschauungen sind, an sich kein Object, am wenigstena priori erkennen lassen.Die Absicht dieser Anmerkung geht nur dahin: zu verhüten, daß mandie behauptete Idealität des Raumes nicht durch bei weitem unzulänglicheBeispiele zu erläutern sich einfallen lasse, da nämlich etwa Farben, Geschmacketc. mit Recht nicht als Beschaffenheiten der Dinge, sondern bloß alsVeränderungen unseres Subjects, die sogar bei verschiedenen Menschenverschieden sein können, betrachtet werden. Denn in diesem Falle gilt das,was ursprünglich selbst nur Erscheinung ist, z. B. eine Rose, im empirischenVerstande für ein Ding an sich selbst, welches doch jedem Auge inAnsehung der Farbe anders erscheinen kann. Dagegen ist der transscendentaleBegriff der Erscheinungen im Raume eine kritische Erinnerung,daß überhaupt nichts, was im Raume angeschaut wird, eine Sachean sich, noch daß der Raum eine Form der Dinge sei, die ihnen etwa ansich selbst eigen wäre, sondern daß uns die Gegenstände an sich gar nichtbekannt seien, und, was wir äußere Gegenstände nennen, nichts andersals bloße Vorstellungen unserer Sinnlichkeit seien, deren Form der Raumist, deren wahres Correlatum aber, d. i. das Ding an sich selbst, dadurchgar nicht erkannt wird, noch erkannt werden kann, nach welchem aber auchin der Erfahrung niemals gefragt wird.

Italiano — Gentile e Lombardo Radice (1918): Sezione I. Dello spazio — §§ 2, 3 e corollari

Traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo Radice, 2ª ed. riveduta 1918 (Bari, Laterza; ristampa 1949), vol. I, pp. 68–75. Testo: it.wikisource, ricontrollato sulla scansione. Pubblico dominio. Note dei traduttori omesse. Fonte

Mediante il senso esterno (una delle proprietà del nostro spirito) noi ci rappresentiamo gli oggetti come fuori di noi, e tutti insieme nello spazio.Quivi sono determinate, o determinabili, la loro forma, grandezza e reciproche relazioni.Il senso interno, mediante il quale lo spirito intuisce se stesso, o un suo stato interno, non ci dà invero nessuna intuizione dell’anima stessa, come di oggetto; ma c’è tuttavia una forma determinata per la quale soltanto è possibile l’intuizione del suo stato interno, in modo che tutto ciò che spetta alle determinazioni interne, vien rappresentato in rapporti di tempo.Il tempo non può essere intuito esternamente, come non può essere intuito lo spazio quasi qualcosa che sia in noi.Che cosa sono dunque lo spazio e il tempo?Sono entità reali? o sono soltanto determinazioni, o anche rapporti delle cose, ma in modo che appartengano ad esse anche in sè, ancorchè non intuite, oppure son tali che appartengono soltanto alla forma dell’intuizione, e perciò alla costituzione soggettiva del nostro spirito, senza la quale cotesti predicati non potrebbero esser riferiti a veruna cosa?Per venire in chiaro di questo punto, esporremo dapprima l’idea dello spazio.Per esposizione (expositio) intendo la chiara (anche se non particolareggiata) rappresentazione di ciò che appartiene a un concetto; è poi metafisica, se contiene quello che rappresenta il concetto come dato a priori.

1. Lo spazio non è un concetto empirico, ricavato da esperienze esterne.Infatti, affinchè certe sensazioni vengano riferite a qualcosa fuor di me (cioè a qualcosa in un luogo dello spazio diverso da quello in cui mi trovo io), e affinchè io possa rappresentarmele come esterne e accanto le une alle altre, quindi non solo differenti ma anche in luoghi differenti, deve esserci già a fondamento la rappresentazione dello spazio.Pertanto, la rappresentazione dello spazio non può esser nata per esperienza da rapporti del fenomeno esterno; ma l’esperienza esterna è essa stessa possibile, prima di tutto, per la detta rappresentazione.

2. Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori, la quale sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne.Non si può mai formare la rappresentazione che non vi sia spazio, sebbene si possa benissimo pensare che in esso non si trovi nessun oggetto.Lo spazio vien dunque considerato come la condizione della possibilità dei fenomeni, non come una determinazione dipendente da essi; ed è una rappresentazione a priori, la quale è necessariamente a fondamento di fenomeni esterni.

3. Lo spazio non è un concetto discorsivo o, come si dice, universale dei rapporti delle cose in generale, ma una intuizione pura.Perchè, primieramente, non ci si può rappresentare se non uno spazio unico, e, se si parla di molti spazi distinti, s’intende soltanto parti dello stesso spazio unico e universale.Non è possibile che queste parti precedano allo spazio unico ed universale, quasi suoi elementi costitutivi (dai quali risulti poi l’insieme), ma non sono pensate se non in esso.Egli è essenzialmente unico, in esso la molteplicità, quindi anche il concetto universale di spazio in generale, si forma esclusivamente su limitazioni.Ne segue che, quanto a’ suoi concetti, una intuizione a priori (non empirica) sta a base di tutti i concetti di esso.Così anche tutti i principii geometrici, per esempio che in un triangolo la somma di due lati è maggiore del terzo, non vengono mai ricavati dai concetti universali di linea e di triangolo, bensì dalla intuizione, e a priori con certezza apodittica.

4. Lo spazio vien rappresentato come una grandezza infinita data.Ora, se conviene certo pensare ogni concetto come una rappresentazione contenuta in un numero infinito di differenti rappresentazioni possibili (come loro nota comune), esso dunque le comprende sotto di sè; ma nessun concetto, come tale, può esser considerato come contenente in sè l’infinita moltitudine delle rappresentazioni.Pure, lo spazio è pensato così (giacchè tutte le parti dello spazio coesistono nello spazio infinito).Sicchè la rappresentazione originaria dello spazio è intuizione a priori, e non concetto.

Per esposizione trascendentale intendo la definizione d’un concetto, come principio dal quale si possa scorgere la possibilità di altre conoscenze sintetiche a priori.A questo fine si richiede: 1) che realmente tali conoscenze discendano dal concetto dato; 2) che tali conoscenze sieno possibili solo se si suppone una determinata definizione di questo concetto.La geometria è una scienza che determina le proprietà dello spazio sinteticamente e, nondimeno, a priori.Quale dev’essere dunque la rappresentazione dello spazio, affinchè sia possibile di esso una tale conoscenza?Originariamente dev’essere un’intuizione; perchè da un semplice concetto non possono derivare proposizioni che lo oltrepassino, come accade in geometria (Introd., V). Ma tale intuizione dev’essere in noi a priori, cioè prima di ogni percezione di un oggetto; e perciò intuizione pura, non empirica.Le proposizioni geometriche infatti son tutte quante apodittiche, cioè congiunte con la coscienza della loro necessità; per es., che lo spazio ha solo tre dimensioni; ma tali proposizioni non possono essere giudizi empirici o sperimentali, nè derivarne (Introd., II).Come dunque può essere nello spirito una intuizione esterna, che preceda agli oggetti stessi, e nella quale il concetto di questi possa esser determinato a priori?Evidentemente solo ad un patto, che essa abbia sua sede soltanto nel soggetto, come sua disposizione formale ad essere modificato dagli oggetti, e a conseguire per tal modo la loro immediata rappresentazione, cioè l’intuizione, dunque soltanto in quanto forma del senso esterno in generale.Solo la nostra definizione pertanto rende comprensibile la possibilità della geometria, come conoscenza sintetica a priori.Ogni specie di definizione che trascuri questo punto, anche se in apparenza abbia con essa qualche somiglianza, può esserne distinta nel modo più sicuro a questo contrassegno.

a) Lo spazio non rappresenta punto una proprietà di qualche cosa in sè, o le cose nel loro mutuo rapporto; ossia, non è una determinazione di esse, che appartenga agli oggetti stessi, e che rimanga anche se si faccia astrazione da tutte le condizioni soggettive dell’intuizione.Giacchè nè le determinazioni assolute, nè quelle relative possono esser intuite prima dell’esistenza delle cose, alle quali appartengono, e quindi a priori.

b) Lo spazio non è altro se non la forma di tutti i fenomeni del senso esterno, cioè la condizione soggettiva della sensibilità, a cui soltanto ci è possibile un’intuizione esterna.Ora, poichè l’attitudine recettiva del soggetto ad essere modificato dagli oggetti, precede necessariamente a tutte le intuizioni di questi oggetti, è facile intendere come la forma di tutti i fenomeni possa esser data nello spirito prima di tutte le effettive percezioni, e perciò a priori; e come essa, in quanto intuizione pura, nella quale tutti gli oggetti devono essere determinati, possa contenere i principii de’ loro rapporti anteriormente a ogni esperienza.Noi possiamo quindi solo dal punto di vista umano parlare di spazio, di essere esteso, ecc. Ma, se uscissimo dalla condizione soggettiva, nella quale soltanto possiamo conseguire un’intuizione esterna, finchè cioè siamo modificati dalle cose esterne, l’idea di spazio non significherebbe più nulla.Questo predicato viene attribuito alle cose solo in quanto esse appariscono a noi, sono cioè oggetti della sensibilità.La forma costante di questa recettività, che chiamiamo sensibilità, è condizione necessaria di tutti i rapporti, in cui gli oggetti sono intuiti come fuor di noi; e, se si astrae da questi oggetti, essa è una intuizione pura, che porta il nome di spazio.Poichè le condizioni particolari della sensibilità non possiamo farle condizioni della possibilità delle cose, ma solo dei loro fenomeni, così possiamo ben dire, che lo spazio abbraccia tutte le cose che possono apparirci esternamente, ma non tutte le cose in se stesse, possano esse esser intuite o no da qualsivoglia soggetto.Giacchè noi non possiamo punto giudicare delle intuizioni di altri esseri pensanti, se esse sieno o no legate alle stesse condizioni che limitano la nostra intuizione, e che sono per noi universalmente valide.Che se al concetto del soggetto aggiungiamo la restrizione di un giudizio, allora il giudizio vale incondizionatamente.La proposizione «tutte le cose sono l’una accanto all’altra nello spazio», vale con la restrizione che per cose s’intenda gli oggetti della nostra intuizione sensibile.Ma, se aggiungo al concetto la condizione, e dico: «le cose come fenomeni esterni sono l’una accanto l’altra nello spazio», questa legge vale universalmente e senza restrizione.Le nostre osservazioni dunque c’insegnano la realtà (cioè, la validità oggettiva) dello spazio, rispetto a tutto ciò che può venirci innanzi nel mondo esterno come oggetto; e a un tempo l’idealità dello spazio, rispetto alle cose, se dalla ragione esse siano considerate in se stesse, cioè senza riguardo alla natura del nostro senso.Noi affermiamo dunque la realtà empirica dello spazio (rispetto a tutta la esperienza esterna possibile), e nondimeno l’idealità trascendentale di esso, ossia che lo spazio non è più nulla, appena prescindiamo dalla condizione della possibilità di ogni esperienza, e lo assumiamo come qualcosa che stia a fondamento delle cose in se stesse.Oltre lo spazio, non c’è nessun’altra rappresentazione soggettiva che si riferisca a qualcosa di esterno, e che possa dirsi a priori oggettiva.Giacchè da nessun’altra, come dall’intuizione dello spazio (§ 3), è possibile ricavare proposizioni sintetiche a priori.A parlar propriamente, quindi, non converrebbe loro nessuna idealità, sebbene s’accordino con la rappresentazione dello spazio in ciò, che si riferiscono soltanto alla natura soggettiva di una specie dei sensi, per es.: vista, udito, tatto, per le sensazioni dei colori, suoni, calore; ma queste, poichè sono semplici sensazioni, e non intuizioni, non fanno conoscere in sè nessun oggetto almeno a priori.L’osservazione andava fatta, per impedire che venisse in mente di spiegare l’affermata idealità dello spazio con esempi affatto inadeguati, poichè per es. i colori, il gusto, ecc., sono considerati a ragione non come proprietà delle cose, ma semplicemente come modificazioni del nostro soggetto, le quali anzi possono essere differenti nei differenti uomini.In questo caso, infatti, ciò che originariamente è già soltanto fenomeno, per es. una rosa, nel senso empirico vale come cosa in sè, che tuttavia può apparire diversamente a ciascun occhio rispetto al colore.Al contrario, il concetto trascendentale dei fenomeni nello spazio è un avvertimento critico, che in generale niente di quel che è intuito nello spazio, è cosa in sè; e ancora, che lo spazio non è una forma delle cose, la quale sia in qualche modo propria delle cose in se stesse: ma che gli oggetti in sè ci sono affatto ignoti, e quelli che chiamiamo oggetti esterni, non sono altro che semplici rappresentazioni della nostra sensibilità; la cui forma è lo spazio, ma il cui vero correlato, la cosa in sè, rimane pertanto affatto sconosciuto e inconoscibile, ma non è mai domandato all’esperienza.